Scienza Tradizionale e Scienza Moderna

La scienza tradizionale (al-’ilmu-t-taqlidi) e la scienza moderna hanno poco o niente in comune: esse non crescono dalla stessa radice e non producono gli stessi frutti. Chi dice tradizione, dice trasmissione; si tratta infatti di una trasmissione essenziale d’origine non umana, destinata ad assicurare la continuità essenziale di un’influenza spirituale e di una scienza integrale che, in caso di perdita, non potrebbero essere ricostruite mediante uno sforzo umano. Ben diversa è la natura della scienza moderna, fondata sull’esperienza sensibile, dunque su qualcosa che è in via di principio accessibile a tutti, talché può sempre, tale scienza, essere ricostruita a partire da zero, a condizione, naturalmente, che si disponga di esperienze sufficienti. Questa condizione è d’altronde difficile da soddisfare, poiché le esperienze scientifiche e le conclusioni che se ne traggono si accumulano con una rapidità tale da rendere praticamente impossibile una visione d’insieme.

L’esperienza sensibile, praticata metodicamente e come unico approccio alla realtà, si perde nella moltitudine indefinita dei fenomeno fisici e rischia per questo stesso motivo di perdere di vista il proprio punti di partenza: l’uomo nella sua natura integrale, l’uomo che non si riduce a un semplice dato fisico, ma è al contempo corpo, anima e spirito (jasad, nafs, ruh).

Provate a chiedere alla scienza moderna: che cosa è l’uomo? Essa si limiterà a tacere, conscia dei propri limiti; oppure, se risponderà, dirà che l’uomo è un animale dalle facoltà cerebrali particolarmente sviluppate. E se domanderete quale sia l’origine di questo animale, essa vi parlerà di una catena infinita di coincidenze, di accidenti, di casi fortuiti. Come dire che l’esistenza dell’uomo non ha alcun senso.

Chiedete alla scienza tradizionale: che cosa è l’uomo? Essa vi risponderà con metafore – i racconti biblico e coranico della creazione di Adamo – che si sarebbe tentati di respingere come mitologia desueta, se non si intuisse che tali storie sacre implicano una profonda visione dell’uomo, troppo profonda per essere racchiusa in definizioni razionali. E il primo dato che ne ricaviamo è che l’uomo ha una causa unica, la quale si situa al di là di tutte le contingenze, e che la sua esistenza sulla terra ha un senso. Questo senso – o questa visione dell’uomo – non ha nulla a che fare con una scienza empirica: non lo si potrebbe ricostruire partendo dall’esperienza e dal ragionamento, poiché esso concerne l’uomo non sotto il rapporto della sua esistenza spaziale e temporale, ma “sotto il rapporto dell’eternità”, se così è lecito esprimersi.

La tradizione, in tutte le sue forme, è essenzialmente un ricordo (dhikra) di questa visione intemporale dell’uomo e della sua origine, si tratti della trasmissione di leggi e usanze sacre o della trasmissione del loro significato spirituale, nella misura in cui quest’ultimo può venire trasmesso da uomo a uomo, vale a dire nella misura in cui i maestri sono autorizzati ad esporlo e i discepoli sono pronti a riceverlo.


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