[...] Sembra perfino che ai filosofi importi assai più porre dei «problemi», siano pur essi artificiali e illusori, che non risolverli: il che costituisce un aspetto del bisogno disordinato della ricerca per la ricerca, cioè dell’agitazione più vana, nell’ordine mentale nonché nell’ordine corporeo. A questi filosofi interessa altresì legare il loro nome ad un «sistema», cioè ad un insieme di teorie strettamente delimitato, che sia il loro e non significhi altro che l’opera loro. Donde il desiderio di esser originali ad ogni costo, perfino se la verità dovesse venir sacrificata a siffatta originalità. Per la reputazione di un filosofo vale assai più inventare un errore nuovo che ripetere una verità già espressa da altri. Questa forma di individualismo, cui si devono tanti «sistemi» contraddittori fra loro, se non pure in sé stessi, si ritrova peraltro in egual misura fra gli scienziati e gli artisti moderni. Ma è forse tra i filosofi che l’anarchia intellettuale, che ne è la conseguenza inevitabile, spicca più nettamente.
In una civiltà tradizionale è quasi incncepibile che un uomo pretenda di rivendicare la proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla.
Fuor da tale conoscenza, non può che esservi l’errore. Ma, in fondo, forse che i moderni si preoccupano ancora della verità e sanno ancora ciò che essa significa?
René Guénon, La Crisi del Mondo Moderno