L’età oscura

Posted in Guénon on Settembre 21, 2008 by Nuit

Il disordine e la confusione, dal punto di vista superiore, che qui vogliamo assumere, regnano in tutti i domini, sono giunti ad un grado che sorpassa di molto quanto si era già visto in precedenza e, partendo dall’Occidente, essi minacciano ora d’invadere l’intero mondo. Noi sappiamo bene che il loro trionfo non potrà mai essere che apparente e passeggero, ma ciò nondimento esso resta il segno della più grave fra tutte le crisi attraversate dall’umanità nel corso del suo ciclo attuale. Non siamo forse quasi giunti a quell’epoca temibile annunciata dai libri sacri indù, «nei quali le caste saranno mescolate e la stessa famiglia non esisterà più»? Non bisogna dissimulare la gravità della situazione; è d’uopo considerarla quale è, senza alcun «ottimismo» ma anche senza nessun «pessimismo», poiché, come si è detto precedentemente, la fine del mondo antico sarà anche l’inizio di un mondo nuovo.

Vi è un problema che, intanto, si impone: quale è la ragion d’essere di un periodo, come quello in cui viviamo? Infatti, per anormali che siano le condizioni presenti se considerate in sé stesse, esse debbono pur rientrare nell’ordine generale delle cose, in quell’ordine che, secondo una formula estremo-orientale, è fatta dalla somma di tutti i disordini. Quest’epoca, per penosa e torbida che sia, deve avere, al apri di tutte le altre, un suo posto nell’insieme dello sviluppo umano, e d’altronde il fatto stesso di essere stata prevista dalle dottrine tradizionali è, al riguardo, una indicazione sufficiente. Quel che abbiamo detto sullo svolgimento generale di un ciclo di manifestazione, procedente nel senso di una materializzazione progressiva, dà immediatamente la spiegazione di un tale stato e mostra chiaramente che quel che è anormale e disordinato da un certo particolare punto di vista, tuttavia è solo la conseguenza di una legge primordiale da un punto di vista più alto e più vasto. [...]

Non è tutto: l’epoca moderna deve corrispondere necessariamente allo sviluppo di certe possibilità che erano incluse fin dal principio nella potenzialità del ciclo attuale. Per inferiore che sia il rango di tali possibilità nella gerarchia complessiva, pure esse dovevano ben essere chiamate a manifestarsi come le altre, secondo l’ordine ad esse assegnato. [...]

La civiltà moderna, come ogni cosa, ha di necessità una sua ragion d’essere e, se con essa ha da chiudersi un ciclo, può dirsi che essa è proprio quel che doveva essere, che essa ha trovato il suo tempo e il suo luogo. Non per questo ad essa deve applicarsi con minore severità un detto evangelico troppo spesso mal compreso: «Occorre che lo scandalo vi sia: ma guai a coloro che faranno accadere lo scandalo!»

René Guénon, La Crisi del Mondo Moderno

Filosofia

Posted in Guénon on Settembre 20, 2008 by Nuit

La parola «filosofia», in sé stessa, può essere presa in un senso assai legittimo, che fu certamente il suo senso primitivo, specie se è vero che, come si dice, Pitagora lo usò per primo. Etimologicamente, essa non significa altro che «amore per la sapienza»; essa dunque designa anzitutto una disposizione preliminare richiesta per pervenire alla sapienza, ma può anche designare, in una estensione naturalissima del significato, la ricerca che, nascendo da questa stessa disposizione, deve condurre alla conoscenza. Perciò si tratta solo di uno stadio preliminare e preparatorio, di un avviamento alla sapienza, corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima. La deviazione prodottasi in seguito consiste nello scambiare talo grado transitorio con lo scopo stesso, nel pretendere di sostituire la «filosofia» alla sapienza, il che implica l’oblio o il disconoscimento della natura della seconda. È così che prese nascita quel che noi possiamo chiamare la filosofia «profana», cioè una pretesa sapienza puramente umana, quindi d’ordine semplicemente razionale, prendente il posto della vera sapienza tradizionale, superrazionale e «non-umana».

René Guénon, La Crisi del Mondo Moderno

“Considerazioni sull’Iniziazione”

Posted in Esoterismo, Iniziazione, R. Guénon on Settembre 14, 2008 by Nuit

Abbiamo affermato prima che l’iniziazione propriamente detta consiste essenzialmente nella trasmissione di un’influenza spirituale, trasmissione che può effettuarsi soltanto per mezzo di un’organizzazione tradizionale regolare, per modo che non si può parlare di iniziazione al di fuori del ricollegamento a un’organizzazione di questo genere. Abbiamo precisato che la «regolarità» doveva intendersi come tale da escludere tutte le organizzazioni pseudo-iniziatiche, ovverossia tutte le organizzazioni, qualunque siano le loro pretese e qualunque apparenza abbiano, che non sono effettivamente le depositarie di nessuna influenza spirituale, e di conseguenza non possono in realtà trasmettere nulla. È perciò facile capire l’importanza capitale che tutte le tradizioni attribuiscono a quella che viene denominata la «catena» iniziatica, vale a dire a una successione che assicuri in modo ininterrotto la trasmissione in questione; al di fuori di tale successione, infatti, l’osservanza stessa delle forme rituali sarebbe vana, poiché verrebbe a mancare l’elemento vitale che è essenziale per la loro efficacia.
Ritorneremo in seguito più in particolare sulla questione dei riti iniziatici, ma dobbiamo fin d’ora rispondere a un’obiezione che può sorgere a questo proposito: tali riti, si potrebbe dire,
non posseggono di per se stessi un’efficacia che è loro connaturale? In effetti un’efficacia simile essi la posseggono, giacché se non fossero osservati, o se fossero alterati in qualcuno dei loro elementi essenziali, nessun risultato effettivo potrebbe essere ottenuto; sennonché, anche se si tratta di una condizione necessaria, essa non è tuttavia sufficiente, e occorre inoltre, perché tali riti abbiano il loro effetto, che siano effettuati da coloro che hanno competenza per compierli.

[...] Dicevamo poco fa che l’iniziazione deve avere un’origine «non-umana», giacché, a difetto di ciò, essa non potrebbe in alcun modo raggiungere il suo obiettivo finale, il quale supera l’ambito delle possibilità individuali; è questa la ragione per cui i veri riti iniziatici, come indicavamo prima, non possono essere riferiti ad autori umani, e, di fatto, non si conoscono mai uomini che siano i loro autori; così come non si conoscono inventori ai simboli tradizionali, e per la stessa ragione, giacché tali simboli sono parimenti «non-umani» nella loro origine e nella loro essenza; del resto, tra riti e simboli ci sono legami strettissimi, che saranno da noi esaminati più tardi. Si può dire, rigorosamente parlando, che in casi come questi non esiste origine «storica», poiché l’origine reale si situa in un mondo al quale non si applicano le condizioni di tempo e di luogo che definiscono i fatti storici in quanto tali; ed è questo il motivo per cui tali cose sfuggiranno sempre inevitabilmente ai metodi profani di ricerca, metodi che ‑ in qualche modo per definizione ‑ non possono dare risultati relativamente validi se non nella sfera puramente umana1.
È facile capire, in simili condizioni, che il ruolo dell’individuo che conferisce l’iniziazione a un altro individuo è di fatto, e veramente, un ruolo di «trasmettitore», nel senso più esatto del termine; egli non agisce in quanto individuo, ma in quanto supporto di un influsso, che non appartiene all’ambito individuale; egli è unicamente un anello della «catena» il cui punto di partenza è fuori e di là dall’umanità. Per questo non può agire in nome proprio, ma in nome dell’organizzazione alla quale è ricollegato e dalla quale derivano i suoi poteri, ovvero ‑ ancor più esattamente ‑ in nome del principio che questa organizzazione rappresenta in modo visibile. Ciò spiega fra l’altro come l’efficacia del rito compiuto da un individuo sia indipendente dal valore proprio dell’individuo in quanto tale, cosa che vale parimenti per i riti religiosi; e ciò noi non lo intendiamo in senso «morale» ‑ senso che sarebbe troppo evidentemente privo di importanza trattandosi di una questione che è in realtà d’ordine esclusivamente «tecnico» ‑, ma nel senso che, quand’anche l’individuo in  questione non possieda il grado di conoscenza necessario per comprendere il senso profondo del rito e la ragione essenziale dei suoi vari elementi, il rito non mancherà con ciò di avere il suo effetto completo, a patto che egli, essendo regolarmente investito della funzione di «trasmettitore». lo compia osservando tutte le regole prescritte, e con un’intenzione che la coscienza del suo ricollegamento all’organizzazione tradizionale è sufficiente a determinare. Da ciò proviene in modo immediato la conseguenza che, se anche un’organizzazione a un certo momento non comprende più se non iniziati «virtuali», come noi li abbiamo chiamati (e su questo argomento torneremo in seguito), essa sarà ciò nonostante in grado di continuare a trasmettere realmente l’influenza spirituale di cui è la depositaria; e a tal proposito la nota favola dell’«asino che porta le reliquie» è capace di un significato iniziatico degno di meditazione.

Per converso, la conoscenza pur completa di un rito, quando sia stata ottenuta al di fuori delle condizioni regolari, è totalmente priva di qualsiasi valore effettivo; è per tale ragione che, per scegliere un esempio semplice (visto che il rito qui si riduce essenzialmente alla pronuncia di una parola o di una formula), nella tradizione indù il mantra che sia stato appreso in modo diverso che non attraverso la bocca di un guru autorizzato è senza effetto alcuno, perché non è stato «vivificato» dalla presenza dell’influenza spirituale della quale è unicamente destinato a essere il veicolo. Quel che diciamo si applica del Resto per estensione, a uno o all’atro grado, a tutto ciò a cui sia legata un’influenza spirituale: è così che lo studio dei testi sacri di una tradizione, eseguito sui libri, non potrà mai supplire alla loro comunicazione diretta; ed è per tale ragione che anche là dove gli insegnamenti tradizionali siano stati più o meno completamente messi per iscritto, essi continuano ciò nonostante a essere l’oggetto regolare di una trasmissione orale, la quale, mentre è indispensabile a conferir loro il loro pieno effetto (dal momento che non si tratta soltanto di limitarsi a una conoscenza semplicemente teorica), assicura la perpetuazione della «catena» a cui è legata la vita stessa della tradizione.

René Guénon

Immanence

Posted in F. Schuon on Settembre 10, 2008 by Nuit

The Sovereign Good is real, the world is dream;
The dream-world has its roots in the Supreme,
Who casts His image in the endless sea
Of things that may be or may not be.

The fabric of the Universe is made
Of rays and circles, or of light and shade;
It veils from us the Power’s burning Face
And unveils Beauty and Its saving Grace.

F.Schuon

The Way

Posted in F. Schuon, Poesie on Settembre 1, 2008 by Nuit

Within our deepest center dwells the Self;
And so they say: you ought to realize
Your own divinity. But they forget:
Without God’s help we never can be wise.
Ignoring this, too many go astray.

With Heaven’s Grace alone we find the Way.

Frithjof Schuon

Il «Complesso della Marionetta»

Posted in Uncategorized on Agosto 25, 2008 by Nuit

Platone dice che gli esseri umani sono in realtà balocchi nelle mani di Dio per quello che hanno di meglio in sé stessi. Questo concetto – cioè che la cosiddetta «loro» vita è in realtà un divertimento divino, nel quale essi svolgono liberamente la loro parte nella misura in cui la loro volontà è assorbita in quella di colui che conduce il gioco – è una delle intuizioni più profonde cui sia mai arrivata la mente umana.

Come asserisce Jalalu’d d-Din Rumi, «chi non ha questa volontà così arrendevole non ha volontà alcuna»; che è quanto diceva anche Angelo Silesio (Johann Scheffler): «Tutto è un gioci condotto dalla Divinità, che per amor di Sé pensò alla creatura».

Chiunque accetti questo punto di vista comprende immediatamente di «dovere» agire in conseguenza; e, come indica l’espressione «camminare con Dio» di Platone, questa è per la marionetta la vera via, al di fuori della quale non vi è che assoggettamento passivo alle «spinte» e agli «strattoni» delle «passioni regnanti», giustamente così chiamate quando divengono i moventi del comportamento.

«Dovere» è espresso in greco con δει, da δεω, «lego», che deriva a sua volta da δεσμος, che è il «legame» per mezzo del quale, come dice Plutarco, Apollo lega (συνδει) a sé tutte le cose e le governa. Questo «legame» è precisamente il «filo d’oro» di Platone dal quale la marionetta deve essere mossa se vuole interpretare la sua vera parte, evitando i moti disordinati che sono provocati dai suoi desideri; nello stesso tempo questo «legame» costituisce le «redini» per mezzo delle quali i destrieri, i sensi, devono essere controllati perché non escano di strada. Questa è la «trama» da seguire fedelmente per interpretare la propria parte in maniera intelligente e spontanea, cioè «autentica».

Ananda K. Coomaraswamy in “Sapienza Orientale e Cultura Occidentale”

Protetto: .

Posted in Uncategorized on Luglio 9, 2008 by Nuit

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Sommo Pontefice e Imperatore

Posted in Uncategorized on Luglio 7, 2008 by Nuit

L’ineffabile Provvidenza di Dio propose all’uomo due fini: la beatitudine di questa vita, che consiste nell’esercizio della virtù propria ed è rappresentata dal Paradiso terrestre; e la beatitudine della vita etern, che consiste nel godimento della visione di Dio, cui la virtù umana non può ascendere se non soccorsa dalla luce divina, e che è rappresentata dal Paradiso celeste. A queste due beatitudini, come a conclusioni differenti, occorre giungere con diversi mezzi. Infatti giungiamo alla prima per mezzo degli insegnamenti filosofici, purché li seguiamo operando secondo le virtù morali e intellettuali; e alla seconda per mezzo degli insegnamenti spirituali, che trascendono la ragione umana,  purché li seguiamo operando secondo le virtù teologali: la Fede, la Speranza e la Carità. Benché tali conclusioni e mezzi ci siano stati mostrati (le une dalla ragione umana, che ci è manifestata interamente dai filosofi, gli altri dallo Spirito Santo, che mediante i profeti e i sacri scrittori, mediante Gesù Cristo, figlio di Dio a lui coeterno e i suoi discepoli, rivelò la verità soprannaturale a noi necessaria), l’umana cupidigia indurrebbe ad abbandonarli se gli uomini, come cavalli vaganti nella loro bestialità, non fossero “con il morso e con il freno” mantenuti sulla strada. Perciò fu necessaria all’uomo una duplice guida, corrispondente al duplice fine: cioè il Sommo Pontefice che, secondo la Rivelazione, guidasse il genere umano alla vita eterna, e l’Imperatore che, secondo gli insegnamenti filosofici, indirizzasse il genere umano alla felicità temporale. E poiché a questo porto nessuno o pochi (e a prezzo di gravi difficoltà)potrebbero giungere, se il genere umano non riposasse libero nella tranquillità della pace, sedati i flutti della cupidigia lusingatrice, il reggitore del mondo, che è detto Principe romano, deve tendere specialmente alla mèta seguente: che in questa aiuola dei mortali si viva liberamente in pace

Dante in De Monarchia

Il buon governo del principato

Posted in Confucio on Giugno 4, 2008 by Nuit

«Per far risplendere le virtù naturali nel cuore di tutti gli uomini, gli antichi prìncipi si adoperavano prima di tutto a ben governare ciascuno il proprio principato. Per ben governare il loro principato essi mettevano prima di tutto il buon ordine nelle loro famiglie. Per mettere il buon ordine nelle loro famiglie, lavoravano prima di tutto a perfezionare se stessi. Per perfezionare se stessi, disciplinavano prima di tutto i battiti del loro cuore. Per disciplinare i battiti del loro cuore, rendevano perfetta innanzitutto la volontà. Per rendere perfetta la loro volontà, sviluppavano il più possibile le loro conoscenze. Le conoscenze si sviluppano penetrando la natura delle cose. Penetrata la natura delle cose, le conoscenze raggiungono il loro grado più elevato. Quando le conoscenze sono arrivate al loro grado più elevato, la volonà diventa perfetta. Perfetta la volontà, i battiti del cuore diventano regolari. Regolati i battiti del cuore, l’uomo tutto è privo di difetti. Dopo aver corretto se stessi, si stabilisce l’ordine nella famiglia. Posto ordine nella famiglia, il principato è ben governato. Ben governato il principato, presto tutto l’impero fruisce della pace»

L’apologo del cieco e del paralitico

Posted in Esoterismo, R.Guénon on Giugno 4, 2008 by Nuit

Si ricordi l’apologo molto noto, ma poco compreso in Occidente, del cieco e del paralitico, che rappresenta in effetti, in uno dei suoi significati più importanti, i rapporti tra vita attiva e vita contemplativa: l’azione abbandonata a se stessa è cieca e l’immutabiilità essenziale della conoscenza si traduce esteriormente in un’immobilità paragonabile a quella del paralitico.

Il punto di vista della complementarietà è raffigurato dall’aiuto reciproco tra i due uomini ciascuno dei quali supplisce con le proprie facoltà alle manchevolezze dell’altro.